Esperienza del Training

L' Esperienza del Training per Meditation Instructor

un articolo di Agama

 

Sono passati ormai cinque mesi da quando ho passato al Gautama quello che mi piace chiamare il mio “Rituale di Passaggio”: infatti il mio soggiorno non è stato solo un percorso esperienziale legato alle tecniche di meditazione di Osho, quanto piuttosto un vero e proprio viaggio all'interno di me stessa che mi ha profondamente segnato ed arricchito.

Ricordo come fosse ora la valigia pesantissima con la quale sono arrivata e la faccia sconvolta di Parived che mi ha aiutato a portarla nella mia camera. Forse era il primo simbolo di tutto quello che ci portiamo dietro, di tutto il nostro passato e che non riusciamo mai a lasciare, per fare il vuoto necessario a permettere al nuovo di entrare nella nostra vita.

La prima persona che mi accolta è stata Vedanta che mi aspettava a braccia aperte. Era contenta e meravigliata al tempo stesso della mia puntualità. In effetti l'ingranaggio che mi ha portato sulla montagna incantata non si è mai inceppato regalandomi oltretutto due settimane intere di sole dopo un inverno lungo e freddo.

La cosa che più mi ha colpito del colloquio insieme è stata il porre l'accento sulla comunicazione e sulla necessità di non lasciare mai un'occasione per esprimere quello che si prova. Sul momento non vi ho dato la giusta importanza anche perchè ho sempre pensato di essere una persona comunicativa, però nel corso dei giorni ho imparato a vedere come le cose in realtà non siano proprio così, e come in effetti io sia una persona che di solito adotta una comunicazione di tipo non verbale piuttosto che diretta.

 

Il mio primo scoglio è stato quello di vivere per tanti giorni con tante persone e in questa situazione mantenere la privacy si può dimostrare un'impresa difficile. Alla cena c'erano tante persone e tutti si conoscevano e si abbracciavano di continuo e io ho pensato: “ma a Miasto mica fanno così?! Però è una cosa carina e mi piace, ma io non conosco ancora nessuno che posso abbracciare”. Allora mi sono messa ad un tavolo, il più lontano possibile dai “maestri”, come a scuola e lì, invece della cenetta triste di chi è lontano da casa, ho conosciuto Shantidas, Naveen, Shyam.

 

Per cominciare erano tutti contenti e felici perchè mangiavano gli hamburger e questa mi è sembrata una cosa parecchio insolita, ma il bello è che non ho potuto rinchiudermi nel mio piccolo guscio perchè la tempesta di domande è stata tale che alla frutta gli avevo già raccontato buona parte della mia vita.

Il giorno dopo il mio viaggio è continuato con la prima meditazione della mattina che è la Dinamica. Devo dire che quando sono partita ero parecchio preoccupata soprattutto per la Dinamica perchè non mi piaceva e perchè avevo sempre fatto fatica a farla, ma quella del Monte Abu guidata da Svabhavo è stata bellissima. Devo dire che finalmente l'ho capita, sono entrata nel profondo di tutti i suoi stadi che sono propedeutici uno all'altro.

Ho capito l'importanza della respirazione caotica che ti porta come un mantice allo stadio della catarsi, ho capito come tirare fuori dal profondo l'hu sia basilare per liberarsi di tutte le emozioni che soffochiamo durante la vita e come lo stadio dello stop sia come ricaricare la batteria e il vero momento di meditazione per poi finire nella gioia della danza. Si vede che Svabhavo ha conosciuto Osho di persona e con la sua grande energia riesce a comunicare la bellezza della Meditazione anche e soprattutto attraverso la sua esperienza.

Fare il training seguita da più maestri di meditazione è stata un'occasione per conoscere più esperienze e più metodi di lavoro e la ritengo un'opportunità grande che mi è stata offerta. Ogni persona è riuscita a trasmettermi la propria esperienza e a farmi comprendere il valore delle tecniche di meditazione che Osho ha sperimentato e divulgato.

Con leggerezza e senza rendermene conto i primi giorni sono stati una vera full immersion.  Ho sperimentato su di me come la meditazione lavori nel profondo e di come aiuti a cambiare anche radicalmente la vita di una persona; è come un lavaggio lento ma intenso che aiuta a portare a galla anche le emozioni più nascoste e a trasformarle.

Dopo tanti giorni di meditazione i sensi si affinano, è come se avessi aumentato la mia capacità percettiva e ho forte la sensazione che le cose si susseguono come fossero concatenate: ogni evento è legato a quello precedente e contiene in se la matrice di quello successivo. Ricordo come se fosse ora un pomeriggio, sdraiata sul muretto di una vasca in pietra vicino al torrente, lo scorrere dell'acqua, la mia meraviglia nel rendermi conto che se fissavo lo sguardo su di un sasso con la coda dell'occhio percepivo tutto quello che si muoveva intorno a me.

Forse il Gautama è un luogo speciale e un po' magico dove tutti i giorni è possibile conoscere persone nuove e meravigliose.

Vivere due settimane nella comune, condividere con gli altri tutto: cibo, emozioni, gioia e dolore è formativo e mi ha fatto entrare nel profondo di me stessa; sento più unione con l'altro e in qualche modo mi sono arricchita spiritualmente oltre che a livello conoscitivo della tecnica di conduzione di meditazione. Ripenso alla comune come a un' oasi di pace, un luogo protetto, ma non un luogo dove oziare o dove incontrare solo chi ti da ragione, bensì un posto dove poter fare “la ginnastica della vita” e dove poter anche accettare i propri sbagli, imparando a riconoscerli.

Dopo tanti giorni di meditazione mi sono accorta di quanta forza e coraggio io abbia dentro di me: la forza e il coraggio sono alla base della riuscita di ogni impresa. Ho l'attitudine del guerriero che si muove di pancia anche se alle volte mi prende la stanchezza e lo sconforto, ma ho anche scoperto quanto io sia determinata e di come questa qualità sia importante per ottenere dei risultati.

Fare l'esperienza di Meditation Leader al Gautama mi ha permesso di conoscere una parte di me più nascosta; è come se per due settimane avessi avuto la possibilità di “camminare nei mocassini di un'altra persona”. In fondo è più facile conoscere gli altri che sé stessi, anche perchè siamo più disposti a farlo.
Camminare nei mocassini di un'altra persona significa vivere, senza recitare; significa andare oltre alle apparenze per comprendere invece le profonde motivazioni, significa avere compassione. Camminare nei mocassini di una persona per almeno tre lune crea legami, dialogo, senso di appartenenza, allontana dall'individualismo e da forme di giudizio superficiali e scontate.

Camminare nei mocassini di una persona significa cambiare il punto di vista e significa guardare le cose con occhi diversi, significa tendere una mano, aiutare. Questo è meraviglioso e accade solamente se siamo disposti a vedere anche dentro di noi con altrettanta chiarezza e senza paura.

In tante Meditazioni di Osho la danza celebrativa è l'ultimo fondamentale tassello, la parte che ci unisce al tutto e che ci porta alla sua celebrazione. Forse è per questo che la danza è così importante, perchè è la manifestazione del divino. Noi siamo anche “il dio che danza” e che celebra sé stesso come manifestazione del creato, avendo oramai lasciato da parte l'ego. Osho è un grande Maestro e con le sue tecniche di meditazione possiamo raggiungere veramente il Divino che c'è in ognuno di noi.

Ricordo  la difficoltà dell'abbandonarsi all'altro che ho sperimentato con una bellissima Meditazione: l'esercizio era molto semplice, consiste nel  camminare in due a braccetto, tenendo a turno gli occhi chiusi, all'aperto, a contatto con la natura. Ad un certo punto il compagno che guida, quando vede qualcosa di particolarmente bello, comunica con una leggera stretta di mano al compagno momentaneamente cieco, di aprire gli occhi, come per fotografare e per fissare nella memoria l'oggetto da guardare. Nella mia memoria un fiore appena sbocciato tra la neve, la corteccia di un albero che profumava di muschio e il lago in lontananza sono come stampati con l'inchiostro indelebile.

Anche adesso che sono lontana so che un sottile filo di energia mi lega al Gautama e alle persone che lo abitano, ma non provo nostalgia perchè cerco di vedere la bellezza intorno a me sempre. Dice Osho: “ se non riesci a godere delle piccole cose della vita, se non sei in grado di sorseggiare il tuo tè celebrando, non potrai mai essere spirituale”.

Posso dire con certezza che al Gautama ho imparato a sorseggiare il tè.